25/11/14

ZAGOR CONTRO BILBOLBUL



Domenica scorsa si è conclusa l’ottava edizione di BilBOlbul, festival bolognese del fumetto internazionale che frequento sempre con molto piacere. Mi piace, in particolare, l’atmosfera tranquilla e quasi rarefatta che si respira, lontana anni luce dalle asfissianti bolge dantesche di Lucca.
Le file per le dediche sono contenute, ed è sempre possibile scambiare due parole di senso compiuto con gli autori; anzi, quest’anno ho rimediato forse la più bella dedica di sempre (una “diagnosi illustrata” ad opera di Massimo Giacon e Tiziano Scarpa, che ringrazio anche qui) e ho presenziato ad un evento molto piacevole con protagonista Squaz, dove i fumetti hanno incontrato la cucina. Anche noi di Slowcomix, nel nostro piccolo, avevamo avuto a suo tempo un’idea simile (eccola qui), che purtroppo non fu mai realizzata, e sono molto contento che ci siano riusciti per conto loro gli amici della GRRRz Comic Art Books.
A volte alcuni incontri non sono riusciti al meglio, credo a causa dell’assenza di moderatori e di un’organizzazione troppo approssimativa, ma anche l’impressione che ho avuto quest’anno è stata nel complesso molto positiva, perché BilBOlbul rimane l’unico festival a non cadere nella trappola di quelle ibridazioni più remunerative fatte al grido di “tutto è intrattenimento!” .
Al BilBOlbul, infatti, non c’è spazio per cosplayer, giochi di ruolo, videogames e blockbuster hollywoodiani, ci sono solo i fumetti. O, per essere più precisi, c’è spazio solo per un certo tipo di fumetti, e forse questo è anche il limite più evidente della manifestazione. Intendiamoci, a me fa piacere curiosare fra le pubblicazioni disposte sui banchi in Sala Borsa, perché vien dato molto spazio anche libri ed albi che, diversamente, sarebbe molto difficile non dico trovare, ma persino sapere che esistono. E mi fa piacere anche sfogliare le edizioni più diverse e bizzarre, che non hanno nessuna necessità di omologarsi al “mattone cartaceo” che ormai è il formato d’elezione del cosiddetto graphic novel.
Tutto molto bello e interessante, sì, però anche un po’ limitativo, come dicevo prima: infatti, se volessimo selezionare qualche aggettivo per descrivere questo tipo di pubblicazioni, dovremmo usare parole come “sofisticate”, “autoriali”, “intellettuali”, “artistiche”, “sperimentali”, financo “avanguardiste”, ammesso che questo termine abbia ancora un qualche significato. Saremmo già più in difficoltà se cercassimo un fumetto che corrisponde alle definizioni di “divertente”, “avvincente”, “sexy” o (…aiuto!!!) “popolare”, perché, tranne qualche eccezione, le opere presenti al BilBOlbul sono a sviluppo verticale, e cioè approfondiscono stili e temi propri solo di una nicchia di appassionati, che spesso sono essi stessi autori od editori: una sorta di radice quadrata della nicchia.
L’editoria tipica che troviamo al BilBOlbul ha senz’altro ragione di esistere (meno male che c'è!), ed è sacrosanto che questo tipo di approccio creativo prosegua la sua evoluzione negli ambiti che gli sono più consoni, però a me piacerebbe anche che il fumetto recuperasse quella sua dimensione più semplice e a diffusione orizzontale dalla quale è nato e che ne ha fatto la fortuna. È vero, mai come in questi anni i mezzi di comunicazione prestano attenzione ai fumetti, e ad ogni edizione Lucca Comics&Games demolisce i record di presenze dell’edizione precedente, però, paradossalmente, non mi pare che i fumetti abbiano mantenuto quella capacità di penetrazione popolare che avevano un tempo. Non vedo più nessuno leggere fumetti in treno, non si trovano più giornalini abbandonati sulle panchine, e le edicole gli dedicano sempre meno spazio; temo che anche dai barbieri, che non frequento da tanto, ormai non si trovi più nessun fumetto, né porno, né umoristico. Anche perché, praticamente, non esistono più. Mi mancano da visitare i gabinetti dell’italiano medio, ma scommetto che la “seduta” viene risolta in compagnia di altri oggetti, probabilmente telefonini di ultima generazione.
Ovviamente non so se queste sensazioni siano giuste, né tantomeno sarei in grado di trovare delle spiegazioni, però ritengo che qualcuno dovrebbe lavorare per recuperare una dimensione più sanguigna e popolare del fumetto italiano, perché il rischio temo sia quello di un movimento che finirà per avvitarsi su se stesso, compiacendosi delle sue eccezionalità, ma finendo per esistere solo come attività periferica, fuori dall’industria e comunque da svolgersi parallelamente ad un “lavoro vero”.

Ho fatto il viaggio in treno fino a Bologna leggendo l’ultimo numero di Zagor: le avventure di questo personaggio continuano a divertirmi anche dopo tanti anni, e non soltanto per l'inevitabile nostalgia o perché le sceneggiature sono sempre avvincenti e i disegni ben fatti. Mi diverto a leggere Zagor perché, nonostante la sua veste decisamente tradizionale, è una sorta di quintessenza del fumetto d’avventura, e forse del fumetto tout-court, considerando come la sue storie siano piene di elementi che provengono da tutti i territori della fantasia, senza alcun limite se non l’immaginazione stessa degli autori. Aldilà degli sperimentalismi grafici, è a mio avviso proprio questa una delle cifre più importanti del fumetto, e cioè la sua capacità di creare a bassissimo costo mondi, situazioni e personaggi fantastici, che nella fissità dell’immagine disegnata acquistano coerenza e forza, diventando addirittura iconici nei casi meglio riusciti.
Guardo sempre con un po’ di sospetto e timore alle operazioni di svecchiamento di personaggi che esistono da tanto tempo pur rimanendo sempre uguali a se stessi, però penso che oggi ci sarebbe proprio bisogno di nuovi protagonisti contemporanei con la stessa orizzontalità culturale di Zagor: sono sicuro che, in questo modo, il movimento rinsalderebbe bene le sue radici, dando così maggior forza anche ai rami più lontani.

Alessio Bilotta

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