23/07/13

DENOMINAZIONE DI ORIGINE CONTROLLATA


Ve li ricordate i vecchi episodi dell’ispettore Derrick? Si capiva subito che era roba fatta dai tedeschi. E non solo per i colori sbiaditi, che mi hanno spiegato essere dovuti alle pellicole usate in Germania in quel periodo, ma anche per i vestiti, le acconciature, le facce. Non mi sono mai piaciuti quei telefilm, ma ho sempre apprezzato la loro forte riconoscibilità, il fatto che potessero essere immediatamente associati ad un’identità territoriale e culturale molto precisa.
Memore di questa antica fascinazione, rimango sempre un po’ perplesso quando mi trovo davanti a fumetti che imitano alla meno peggio stili altrui, spesso provenienti da latitudini lontanissime, senza nessun tentativo di rielaborazione personale. E mi trovo ancora più in difficoltà quando leggo storie che, anziché attingere al vissuto dell’autore, si richiamano ad altre storie, che magari sono rifacimenti a loro volta, in un processo infinito di “remaking” che alla fine svuota il risultato ultimo di ogni contenuto ed originalità.
Per esempio, l’altro giorno mi sono imbattuto nella pubblicità dell’ennesimo fumetto on-line, che recitava così:
“Nel 2017 la New NBA ha sostituito la vecchia NBA. Il cambiamento è epocale. Il basket non è più giocato da esseri umani, ma da robot pilotati a distanza. La maggior parte dei fans è entusiasta dello spettacolo, ma i veri atleti sono furiosi. Può davvero la tecnologia sostituire la passione per lo sport?”.
Al di là degli ormai consueti errori di ortografia, mi sono chiesto se questi ragazzi avessero mai veramente giocato a basket, se si fossero mai recati negli Stati Uniti, se avessero provato, almeno una volta, a far rimbalzare un pallone nei playground di periferia… se avessero almeno una qualche minima nozione di cibernetica.
O se, invece, si fossero limitati a vedere qualche incontro in TV e a leggere la serie completa di “Slam Dunk”. Probabilmente non lo saprò mai, ma di sicuro so che diversi sceneggiatori e disegnatori raccolgono pochissima documentazione, e che la loro vita sembra svolgersi soltanto fra il tavolo da lavoro, le fiere e le presentazioni nelle librerie specializzate. Credo che difficilmente possa uscire qualcosa di bello con questi presupposti, soprattutto perché, come ricorda spesso l'amico e maestro Sauro Ciantini, le mucche per fare latte non bevono latte, ma mangiano erba.
Qualche giorno fa, l’amico Nazareno Giusti mi ha segnalato questa intervista all’artista Marco Poma, che parla di “Slow Art”; sostanzialmente, contrappone “l’arte della finanza e del business, l’arte veloce, del successo” a “l’arte delle persone che amano i luoghi in cui vivono, e da questi sono sollecitati a creare cose originali”.
Mi trovo d’accordo, per essere davvero interessanti ed originali, credo sia indispensabile partire dalle cose che si conoscono bene, che si sono apprese per esperienza diretta. Ed anche per questo ci chiamiamo Slowcomix.

Alessio Bilotta

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