22/06/13

..ma che, davero davero?

Valentina Melaverde, di Grazia Nidasio

È notizia di questi ultimi giorni che la Star Comics chiude "Davvero", la serie ideata e coordinata da Paola Barbato anche nella sua trasposizione cartacea, dopo l'esperimento web nato a fine 2011. Riprenderà per le Edizioni Arcadia solo nelle librerie specializzate, lo apprendo da un'intervista del blog Antani Comics alla stessa Barbato, che potete leggere qui.
Fra i motivi dell'insuccesso del progetto sono stati individuati le strategie editoriali, i sempiterni problemi di distribuzione e alcuni difetti di comunicazione, ma non sono praticamente mai state messe in discussione la bontà dell'idea e la qualità della sua realizzazione.
Potrebbe essere, invece, che l'insuccesso in edicola di "Davvero", oltre che da certi fattori strutturali decisamente più complicati da controllare, sia dipeso anche dal fatto che questo fumetto non è piaciuto abbastanza.
Spero che gente più brava e preparata di me abbia voglia di approfondire meglio l'argomento, da parte mia posso soltanto dire di aver acquistato e letto il n. 1 e di essermi fermato lì. Proprio non ero riuscito a farmelo piacere, per quanto riconoscessi la professionalità della realizzazione e l'originalità dell'idea, almeno per il panorama editoriale italiano attuale.
Ammetto, per chiarezza, di non essere mai stato un amante di un certo tipo di storie, che definirei di "piccolo romanticismo di formazione", ma credo che la ragione principale del mio mancato gradimento risieda altrove, e per la precisione nello stile scelto per raffigurare i personaggi.
Uno stile molto realistico che, come evidenzia Scott McCloud in uno dei passaggi più riusciti del fondamentale "Understanding Comics", aumenta la distanza fra lettore e personaggi, non favorendone in alcun modo l'identificazione.
Concetti esemplificati bene da questa mini sequenza illuminante:


Si tratta, a ben vedere, dello stile tipico di tantissime produzioni italiane (e non solo), e sicuramente di molte fra quelle di maggior successo (e non solo). Uno stile che considera il lettore come uno spettatore, sebbene la cosiddetta "arte sequenziale" non abbia poi così tante cose in comune con il cinema, perché i personaggi disegnati non parlano, non si muovono e non hanno nemmeno una colonna sonora d'accompagnamento. Credo, inoltre, che il fascino di potersi identificare in un avatar, in un alias o in un cartoon, sia, oggi più che mai, un elemento molto forte, dal quale non si dovrebbe prescindere al momento di scegliere che tipo di risultato si vuole ottenere, o quale tipo di pubblico interessare.
Non so se siano proprio questi alcuni dei motivi dell'insuccesso di "Davvero", di sicuro io avrei preferito un altro tipo di approccio visuale e narrativo, magari più vicino proprio a quello adottato dagli shojo manga, che a suo tempo furono usati come metro di paragone per presentare la serie.
O magari sarebbe stato più utile e interessante prendere a modello il lavoro della grandissima Grazia Nidasio, mai ricordata e celebrata abbastanza.

Buon weekend a tutti, e specialmente a chi andrà al CRACK!.

Alessio Bilotta

PS: no, non ho potuto usare lo scanner.

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